Quella conoscenza “minuscola” della sindrome di Down

Una riflessione dal blog "Invisibili" del Corriere della Sera

Le parole sono importanti, lo sappiamo. Spesso su InVisibili si è scritto dei modi più corretti per parlare delle persone e delle loro disabilità. I punti fermi li abbiamo messi: la disabilità è solo un aspetto di un individuo, per quanto ingombrante, c’è tutto il resto del suo mondo nel suo essere persona. E una persona ha diritto di essere chiamata per nome, non liquidata con una metonimia. La rivoluzione è iniziata, non ci sono più «handicappati», «ritardati», «mongoloidi» (anche se qualche resistenza ancora fa capolino qua e là nel parlato della generazione dei quaranta/cinquantenni). Ci si sta più attenti, forse più per non offendere che perché sia stato davvero capito il senso di considerarli come persone e non come categorie aliene. Siamo dovuti passare anche attraverso le sabbie mobili del politicamente corretto, ma molta strada si è fatta.

Le parole sono importanti, lo sappiamo. Ma vale nell’orale come nello scritto. E qui iniziano i disastri. Vittime principali degli errori di ortografia sono le persone con sindrome di Down. Cosi corre l’obbligo di fare un annuncio pubblico, che potrebbe sconvolgere qualcuno: Down non è un aggettivo, è un nome. In italiano (e non solo) gli aggettivi si scrivono minuscoli e i nomi propri si scrivono maiuscoli. Si impara in prima elementare, ma si dimentica quando si inizia a orpellare con l’inglese per darsi un tono. Down (maiuscolo), quello di sindrome di Down, è il cognome del medico inglese John Langdon Down che nel 1866 descrisse per la prima volta il quadro della sindrome che poi sarà chiamata correttamente Trisomia 21 (sarà Jérôme Lejeune nel 1959 a individuare la causa di tale quadro nella presenza di una coppia extra del cromosoma 21). Mentre «down», avverbio e aggettivo, si scrive minuscolo e si usa per dire che il periodo è pessimo o il soggetto «sfigato», al contrario di «up» per dire che tutto gira alla grande. Ma -per strafare- talvolta qualcuno scrive anche che qualche applicazione è Down (maiuscolo invece che minuscolo), come capitato di leggere riguardo ai blackout di Skype. E olè, il cortocircuito tra significante e significati è fatto.

Ebbene, mai ci sogneremmo di dire di una persona «è un Tourette», è «uno Stoccolma», men che meno li scriveremmo minuscoli. Con la sindrome di Down invece lo slittamento semantico ha trascinato nel baratro l’ortografia e con lei i tanti sforzi per mostrare al mondo la vita piena e consapevole che le persone con la sindrome di Down vivono comunemente. Perché, puoi chiamarli come vuoi, ma, per i prigionieri del mondo scintillante della performance ad ogni costo, i Down sono down. E così vai di «sindrome d down» nei post sui social, nei messaggi distratti, ma pure sui titoli dei giornali. E ogni volta è una fucilata.

Leggere sindrome di «down» minuscolo è una secchiata gelata di realtà: il linguaggio è progredito ma la consapevolezza molto meno. Verrebbe voglia di chiamare quelli che sbagliano «ignoranti» (minuscolo, aggettivo), ma sappiamo che sono persone che sanno sicuramente molte cose e in modo approfondito, semplicemente non sanno nulla della sindrome di Down. Ed è un vero peccato, avrebbero molto da imparare. Se c’è una cosa che la disabilità insegna sempre è vedere le cose sotto nuove prospettive. A cominciare dal non definire gli altri dall’alto al basso.

di Giovanna Volta – http://invisibili.corriere.it/2017/06/22/quella-conoscenza-minuscola-della-sindrome-di-down/

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