Apocalypse Down, la rivoluzione dell’autonomia

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Quattro ragazzi in giro per il Nord Italia per realizzare un documentario sulla disabilità. Da Cantù a Pordenone, con una tappa di due giorni a Torino. Ecco il trailer del film

Apocalypse Down a Torino. No, la città non è diventata il set del sequel del film di Francis Ford Coppola. E la fine del mondo non ha gli occhi tenebrosi di Marlon Brando, ma quelli azzurri di Tommaso. Alla fotografia c’è Stefano, alla camera Samuele, Andrea fa l’aiuto-regista . Quattro giovani affetti da sindrome di Down che, con l’aiuto di tre educatori, stanno girando il nord Italia alla scoperta di progetti e realtà dove la disabilità è diventata autonomia. Niente elicotteri, dunque, solo un furgoncino bianco per correre da Cantù a Pordenone, passando per altre sei città. Correre e documentare tutto in un film: Apocalypse Down, appunto.

«Sentivamo l’esigenza di far vedere ai ragazzi le esperienze di chi ce l’ha fatta», racconta Veronica Bestetti, 37 anni e gli ultimi tre passati come operatrice nell’associazione Down Verso di Cantù. Lei, che con l’educatrice Marianna Cattaneo e lo psicologo Davide Livio accompagna la spedizione, spiega: «Il viaggio è formativo anche per chi andremo a incontrare: bisogna comunicare una visione diversa della disabilità». Allora via, on the road.

IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO

A Torino la strada dell’innovativa troupe si è incrociata con quella di A.I.R., Down, associazione nata a Moncalieri nel 1999 che ormai unisce 45 famiglie e sperimenta l’autonomia abitativa. «Abbiamo in affitto un appartamento dove dei giovani tra i 22-23 anni vivono da lunedì a venerdì in completa autonomia, solo con la supervisione notturna di un volontario» spiega Silvia Catanea. «Il primo passo però – ricorda la presidente Silviana Botto – è istruire i genitori delle persone Down: non è facile fargli capire che i loro figli possono abitare da soli come tutti gli altri».

Non solo sul tema della casa, ma anche su quello del lavoro. «Ci sono esperienze, come quelle del magazzino Oz, dove il Down non è ghettizzato o formato per doveri di legge», dice Veronica Bestetti. L’inserimento passa per le cooperative, i bar, i ristoranti dove i ragazzi si mettono in gioco alla pari. Un concetto rivoluzionario. Non a caso l’allegra brigata l’altra sera ha fatto tappa al Caffè Basaglia. Il circolo Arci di via Mantova che prende il nome dallo psichiatra che già nel 1964 scriveva: «L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri (…) questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo». Oggi, cinquant’anni dopo, per tanti aspetti della vita delle persone affette dalla sindrome di Down vale lo stesso discorso. E serve un’apocalisse culturale che questo documentario (a cui si può contribuire sul sito https://www.produzionidalbasso.com/project/apocalypse-down/) vuole rappresentare.

 

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